La Cina dichiara guerra a Google?

Oct 1, 2007 | Category: Google

La Birmania insegna, la rete è pericolosa. Ecco perché quando in Cina sono risultati inaccessibili i motori di ricerca americani Google, Yahoo! e Live Microsoft, la notizia in poche ore ha fatto il giro del mondo: gli utenti venivano reindirizzati automaticamente sul motore cinese Baidu, che ”evita” pagine sgradite a Pechino. La sospetta censura è stata denunciata da diversi grandi blog americani, come TechCrunch, Digital Marketing Blog e Google Blogoscoped.Google in un primo tempo ha confermato il blocco, iniziato ieri mattina a Pechino e in altre città cinesi. Poi, il 19 ottobre, il portale del motore di ricerca era di nuovo raggiungibile dalla capitale e da altri grandi centri. L’oscuramento non ha risparmiato Youtube, con una singolare coincidenza con l’apertura del XVII Congresso del Partito comunista cinese. Eppure per entrare sul mercato cinese, dove ad esempio il portale Alibaba ‘vale’ (collocamento sulla borsa di Hong Kong previsto il 6 novembre prossimo) la bellezza di 1 miliardo e 320 milioni di dollari, sia Google che Yahoo hanno accettato limitazioni e una collaborazione spesso fin troppo aperta e accondiscendente con le autorità di Pechino.

Una commissione del Congresso, il Parlamento americano, ha recentemente avanzato il sospetto che i vertici di Yahoo abbiano mentito sulle informazioni fornite a Pechino su dissidenti cinesi che frequentano internet. Uno di loro, proprio grazie a queste informazioni, è stato arrestato per aver pubblicato poche righe on line, evidentemente scomode per il governo cinese, e condannato a 10 anni di prigione.

Fino a poco fa, quando dalla Cina cercavate su Yahoo o Youtube “piazza Tiennamen + rivolta” la vostra ricerca, subito ”registrata” dai provider cinesi, finiva su una bella pagina con indicazione di ”video non accessibile”: ma nell’immenso oceano di informazioni on line, come ha dimostrato la ribellione in Birmania, è difficile chiudere del tutto le porte dell’informazione. Qualche goccia esce comunque. Ecco allora che nei giorni scorsi la notizia del blocco di Google è arrivata quasi subito dalla Cina ai Paesi vicini, dove molti blogger hanno cominciato un fitto ‘passaparola’ con il quale invitavano a trovare soluzioni che ‘aprissero’ il motore di ricerca anche ai cinesi grazie all’aiuto di siti terzi.

Non sappiamo le ragioni dell’ultimo ”oscuramento”: ma una coincidenza rimanda al 2002, quando il traffico a Pechino venne reindirizzato dai motori di ricerca su Baidu e altri portali cinesi a poche ore dall’apertura del Congresso del Partito comunista cinese.

Per un Paese che invita la comunità internazionale a non occuparsi della repressione in Birmania; dice no a sanzioni Onu contro il Sudan per il genocidio in Darfur; impone agli atleti delle prossime Olimpiadi di non farsi vedere mentre pregano; apre una crisi diplomatica con gli USA per un’onoreficienza al Dalai Lama, l’ipotesi di un ‘malfunzionamento temporaneo’ appare remota. Mercoledì, era impossibile anche accedere a Wikipedia, l’ ‘enciclopedia aperta’ on line.

La speranza, come per la Birmania, è che le falle si moltiplichino, che i muri, alla fine crollino. Un primo segnale, anche da parte di chi finora ha piegato libertà e diritti al business, è arrivato proprio da Google: che giovedì ha lanciato la versione locale di Youtube a Taiwan. Un altra parola che a Pechino suona male.

Paolo Cappelli
From: rainews24.rai.it

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